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01/02/2008
Categoria: Pastorale Familiare
     
LA RELAZIONE D’AIUTO NELLA COPPIA DI SPOSI: “ perché il marito pagano viene reso santo dalla moglie e la moglie pagana viene resa santa dal fratello; altrimenti i figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi” .(1 Cror 7,14)

 
I gruppi alla celebrazione dell'eucaristia


 
Le famiglie durante la pausa pranzo


 
La responsabile dei gruppi di Foggia: Marilena Cece


Ringrazio di cuore il diacono Raffaele Cece e la sua signora Marilena per la bella opportunità che mi hanno offerto di trascorrere una domenica di spiritualità familiare con un così grande e bel numero di famiglie cristiane che intendono conoscere e vivere adeguatamente, per quanto loro è possibile, la Parola di Dio.

In un primo momento, alla richiesta di Raffaele, sono stato tentato di declinare l’invito sia per i molteplici impegni che mi assillano, sia per la salute che in quei giorni non era proprio al massimo. Tuttavia subito ho pensato che poiché io, nel mio piccolo avrei aiutato delle famiglie nella loro vita spirituale, esse, per la mutua relazione che si instaura non solo nella coppia, ma anche nei fedeli, avrebbero aiutato anche me con le loro preghiere e con i loro sacrifici.

La tematica da trattare oggi è molto suggestiva e accattivante in modo particolare per chi in coppia o da singolo inizia un cammino di fede da sposato: “La relazione d’aiuto nella coppia di sposi” e Raffaele si riferiva al brano della 1 lettera ai Corinzi al capitolo 7 v. 14. Esso recita così: “Perché il marito pagano viene reso santo dalla moglie e la moglie pagana viene resa santa dal fratello; altrimenti i figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi”.
Il versetto della lettera ai Corinzi ha bisogno di qualche spiegazione prima di fare le dovute applicazioni.
Vediamo innanzi tutto il contesto in cui si trova questa affermazione di Paolo.
S. Paolo in questa sezione della lettera risponde a vari quesiti su matrimonio e verginità.
L’ambiente sociale del mondo greco e in particolare quello di Corinto, non era assolutamente cristiano come potrebbe essere il nostro ambiente. Il paganesimo nella sua totalità avvolgeva la società greco-romano del tempo. Gli Dei dell’Olimpo erano il riferimento religioso e cultuale del tempo ma la morale e l’etica erano del tutto staccate dalla religione. Molti Dei olimpici non davano proprio buon esempio ai mortali avendo essi più vizi degli stessi umani: lotte, invidie, gelosie, guerre e tradimenti tra di loro erano all’ordine del giorno. In altre parole non erano assolutamente modelli di vita per gli uomini. Basta rileggere qualche pagina dell’ Iliade o dell’Odissea di Omero.

Inoltre la società era fondata sulla schiavitù e su una non uguale dignità e diritti fra l’uomo e la donna. Gli schiavi non avevano diritti, quindi non avevano diritto di fare una famiglia non dico come oggi, ma neppure come si intendeva a quel tempo! Gli uomini e le donne liberi potevano sposarsi e fare famiglia, ma tra loro non c’erano gli stessi diritti e doveri. L’uomo, il “pater familias” , aveva il diritto assoluto sulla donna e sui figli, e la fedeltà era una condizione soltanto della donna e non dell’uomo perché questa era un “bene” del marito. Il maschio poteva facilmente tradire la moglie senza alcun problema.
In tutto questo ambiente Paolo al v. 2 rivendica la bontà della verginità in contrasto con l’etica del tempo, e invita a orientare la propria vita per un etica monogamica. “Ogni uomo abbia la sua moglie e ogni donna il suo marito”.
Sebbene in questo contesto sociale di totale disuguaglianza, l’Apostolo Paolo riafferma con chiarezza l’uguaglianza nel matrimonio dell’uomo e della donna con un'unica soggezione: al Signore Gesù. “La moglie non è padrone del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (v. 4). Ai celibi e alle vedove si propone come esempio di vita, e sempre per ordine del Signore, suggerisce lo stato celibatario o vedovile, ma se ciò fosse rischioso per la difficoltà a contenersi in un mondo così corrotto nei costumi, consiglia anche ad essi il matrimonio (v. 8).
Ai vv. 10 e 11 l’Apostolo ribadisce a nome del Signore (Cfr Mt. 5,32 par) la legge dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale: (Agli sposati ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi, o si riconcili con il marito – e che il marito non ripudi la moglie).
Senza dubbio appare a tutti il carattere innovatore di questo comando che mantiene intatta la forza del vincolo matrimoniale pur nella condizione di separati, (l’uomo non separi ciò che Dio ha unito (Mc 10, 9) dal momento che perfino nell’ambiente giudaico esisteva il ripudio e nella società greco-romana la facilità del divorzio era proverbiale.

Questo precetto del Signore evidentemente ha una giustificazione nella mente di Dio per la natura stessa del matrimonio dal quale deriva un supporto e un aiuto alla coppia e al singolo. Il bene che deriva alla comunità familiare dal matrimonio, supera abbondantemente il bene del singolo per cui è necessario che venga tutelato.

E veniamo al contesto della nostra frase. Innanzi tutto Paolo non parla più con l’autorità del Signore Gesù, ma mette in campo la propria autorità di Apostolo ed evidentemente la sua esperienza pastorale. Risponde su di un caso, al tempo molto frequente per le condizioni sociali in cui venivano a trovarsi i cristiani. “Se un nostro fratello (ossia un uomo che si converte e diventa cristiano per cui viene connotato come fratello) ha la moglie (pagana) non credente (o perché ancora non è giunta alla fede o perché rifiuta di convertirsi; e qui si trova il principio della libertà di adesione o meno alla fede) e questa consente rimanere ( coabitare) con lui , non la ripudi; e la donna che abbia il marito (pagano) non credente, se questi consente ad rimanere ( abitare) con lei non lo ripudi”.
Da questa pericope deriva una ulteriore conferma di ciò che affermavamo prima: già nella predicazione Apostolica e quindi nella Chiesa delle origini, viene dato per scontata la uguaglianza e gli stessi diritti dei due coniugi. Qui si ipotizza che anche la moglie possa ripudiare il marito, cosa inaudita a quel tempo, anche se si consiglia di non usare tale diritto nel caso in cui il marito o la moglie pagana acconsenti di abitare con l’altro coniuge convertito e fedele.
Quale è la motivazione su cui si fonda questo consiglio pastorale dato da Paolo? E’ il “bonum fidei”. Si rimane insieme perché il legittimo vincolo del matrimonio, anche se solo naturale, una volta passati alla fede, induce una santità oggettiva anche in colui che ancora non giunge alla conversione purché questi sia in buona fede e non vi si oppone volontariamente. “Perché il marito non credente – continua – viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente”.

L’obiettivo di Dio, - e Paolo lo sa, - è la salvezza e la santità di tutti gli uomini (salvezza universale). “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1 Tim 2,4)
Per raggiungere tale obiettivo la strada maestra è quella dell’accoglienza della fede; tuttavia Dio nella sua bontà sa usare anche altri strumenti come quello del sacramento del matrimonio che è voluto da Lui fin dalla creazione del mondo, non solo per la diffusione del genere umano, ma evidentemente anche per la salvezza dei singoli e delle coppie.

Se facciamo un passo indietro e ci rifacciamo alla Genesi, 2, 18-25 troviamo delle cose molto interessanti a tale riguardo e che forse non abbiamo sufficientemente considerate.
In questo passo della Genesi, sotto la veste di un racconto popolare, si celano alcune verità basilari per la relazione uomo-donna e per lo sviluppo della Rivelazione circa la relazione coniugale nel matrimonio che il Signore prima, e l’Apostolo dopo, ci hanno consegnato come dato di fede.
“Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. A prima vista sembra un’ affermazione normale, senza alcuna valenza antropologica o spirituale. Eppure non è così. Pensate che questo concetto delle somiglianza della donna con l’uomo non era per nulla scontato. Ancora oggi in molte parti della terra e per certi versi anche in alcune sacche della nostra cultura la donna non viene considerata con la stessa dignità e gli stessi diritti dell’uomo. Basta ricordare che in Italia la donna ha ottenuto il diritto di voto soltanto nel 1948, appena sessant’anni fa. Mi è capitato e spero che non succeda più, di ascoltare alcune volte durante la preparazione al matrimonio qualche maschietto un po’ più disinibito e sfrontato ancora afferma che “l’uomo deve stare un gradino più su della donna” .
Faccio notare che la Bibbia parla di uguaglianza e non di identità. La donna non è l’uomo e l’uomo non è la donna ma entrambi sono le due facce della stessa medaglia per cui oggi si parla di relazione reciproca tra l’uomo e la donna e non solo di complementarietà. La uguaglianza è messa in luce anche dalla parte del racconto che descrive la creazione della donna. Adamo non aveva trovato un essere con cui poter dialogare e collaborare per cui il Signore Dio gli infonde un torpore e dalla di lui costola crea la donna.
Cosa vuol dire che Dio crea la donna da una costola di Adamo? Non certo che la donna è un sottoprodotto dell’uomo. Al contrario l’esclamazione di Adamo quando al risveglio scopre la sua compagna ed esclama: “questa sì è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna (Isc – Iscà) perché dall’uomo è stata tolta”, indica che essa è uguale all’uomo.
Assodata la perfetta uguaglianza (diversamente da tutte le altre creature) ora si può dare inizio a quello straordinario strumento di prosecuzione dell’opera creatrice di Dio e di salvezza del genere umano, il matrimonio: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola. Come abbiamo prima detto, già nel progetto di Dio la donna è pensata come “Aiuto simile” ossia una aiuto che non è solo esecutore di ordini, come le bestie o le macchine ma che ha la facoltà umana di dialogare, rapportarsi con colui il quale deve aiutare. E’, in altri termini, un aiuto pensante, libero e non solo meccanico o animale.
Se queste sono le basi, i pilastri della rivelazione, si capisce bene tutto il pensiero di Gesù sulla donna e sul matrimonio ( Mat.5,32, Ma io vi dico: chiunque ripudia la moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa la ripudiata commette adulterio); e l’insegnamento di Paolo nella lettera agli Efesini che paragona l’uomo a Cristo e la donna alla Chiesa, la quale non può essere separata dal Capo perché è il su Corpo Mistico.
Ma ho detto poc’anzi che la donna ha la facoltà di dialogare con l’uomo, di rapportarsi in un modo intelligente e libero con lui.
E qui passiamo alla modalità attraverso la quale la donna può essere di aiuto all’uomo e l’uomo può essere di aiuto alla donna, sia nell’ambito naturale e temporale sia nell’ambito spirituale e di Grazia.
Data per scontata l’opera della grazia sacramentale del matrimonio che si riversa su entrambi i coniugi anche se uno di essi non pratica o non è credente, (da questo principio deriva la pratica della Chiesa che ammette la possibilità del matrimonio anche con un non credente), umanamente l’aiuto lo si dà e si riceve se c’è reciprocità di ruoli e di funzioni. Il dialogo, e in particolare il dialogo d’amore che si instaura tra un uomo e una donna che si vogliono bene e che si sposano, è lo strumento privilegiato per questo sostegno e aiuto reciproco.
Ma ci chiediamo cos’è il dialogo? È solo un parlare? E’ solo un dire, un comandare l’altro a senso unico?
Certamente no!
Il dialogo fa parte di una realtà più ampia che è la comunicazione che, come tutti ormai conoscono, può essere verbale e non verbale. Per bene comunicare e quindi dialogare è necessario che i due o più soggetti si pongano sulla stessa lunghezza d’onda ( Trasmittente e ricevente). Mancando la stessa lunghezza d’onda tra due è impossibile non solo dialogare , ma neppure comunicare. Pre-requisito del dialogo inoltre, è il porsi in ascolto dell’altro, capirlo, mettersi dallo stesso punto di vista, per poi dare a lui una propria risposta ( feed Bak). Ugualmente deve fare chi per primo ha parlato. Non deve arroccarsi su ciò che lui ha detto ma, in semplicità e onestà, ascoltare anche i punti di vista dell’altro per capirne le ragioni e avvicinarsi a lui. Diversamente si farebbe un monologo senza alcuno scambio di ricchezza tra i due e di conseguenza senza alcun aiuto reciproco.
La comunicazione perciò non è fatta soltanto di parole ma altresì di gesti. Attraverso le parole e i gesti possiamo comunicare alla persona con cui siamo in relazione (marito o moglie) non solo fatti e cose, ma anche emozioni e sentimenti che sono indispensabili per una progressiva comprensione e fusione dei due.
Ciò che si realizza tra due persone a livello umano si realizza anche nella relazione con il nostro Dio. Il nostro Dio e Signore Gesù Cristo non è un Dio morto, ma vivo. Anche con Lui è necessario comunicare mettendoci prima in ascolto della sua Parola e poi rispondere alle sue richieste. Non basta dirgli i nostri problemi, le nostre ansie i nostri bisogni. E’ necessario innanzi tutto ascoltare la sua Parola, conoscerLo essergli vicino come si fa con un fidanzato/a. E’ necessario entrare nei pensieri di Dio, nelle sue aspettative e nei suoi progetti su di noi per poi realizzarli nella nostra vita.

Il matrimonio perciò è il luogo privilegiato per un dialogo d’amore non solo tra le due persone che si sono scelte e che si vogliono bene con un progetto comune di vita, ma anche dei due con Dio che del loro progetto è artefice e garante. E’ il luogo nel quale attraverso il dialogo quotidiano non solo di comunicazioni di fatti e avvenimenti belli o brutti, ma attraverso comunicazione di pensieri, sentimenti spirituali e esperienze religiose, che ci arricchiscono e ci rendono migliori, possiamo sostenere, incoraggiare e santificare anche il coniuge forse un tantino più freddo e pigro. In altre parole, la vita coniugale che vi costringe a condividere tutto materialmente, se condivide anche la cose spirituali diventa un veicolo di santità per entrambi i coniugi.
Qualche santo affermava che i coniugi o si santificano insieme o si dannano insieme! Io spero e credo che la santità e l’amore vincano sempre sul male e sul peccato, e se uno dei due coniugi tende alla santità e vive l’amore, inesorabilmente attirerà sull’altro coniuge la bontà e la misericordia di Dio “perché il marito pagano viene reso santo dalla moglie” e viceversa.
Come mai è possibile ciò? Per il principio della proprietà transitiva : se A=B e B=C; A=C , ossia, se io sono in amicizia e relazione d’amore con Dio e mio marito o mia moglie è legato d’amore con me , anche lui sarà inevitabilmente in rapporto d’amore con Dio, almeno come oggetto d’amore da parte sua. Spesso si dice: gli amici tuoi sono i miei amici. Ciò vale a maggior ragione nella relazione con Dio.
Allora scatta un altro principio che regola il Corpo Mistico e di cui S. Paolo si è fatto esempio. Lui dice: “Santifico me stesso per essi”. La santità che acquista un coniuge oltre a distribuirsi su tutto il Corpo Mistico di Gesù che è la Chiesa, si riverserà certamente e abbondantemente sul coniuge che è il primo prossimo di colui che si santifica. Questa verità fa comprendere anche quel altro fenomeno che si scopre quando si studia la vita di un santo. Un santo è come una ciliegia in un paniere. Quando Dio ne prende una si tira appresso un nugolo di altre ciliegie! Esempi di tanti santi antichi e moderni.
Una considerazione finale.
Ognuno di voi quindi è chiamato non solo a farsi santo personalmente, ma ad adoperarsi anche per la santità della persona che la Provvidenza gli ha assegnato accanto. La carità spirituale inizia da chi è più prossimo. Non ci si può quindi disinteressare o scoraggiare se il marito o la moglie non vivono dello stesso fervore religioso di cui noi siamo presi in un determinato momento della nostra vita. Bisogna moltiplicare le nostre preghiere, moltiplicare la vita religiosa e la frequenza ai sacramenti e alla fine lasciare fare a Dio che tutto vede e può: condurre alla salvezza anche il nostro marito o la nostra moglie un po’ fredda e addormentata per le cose di Dio.
In tutto questo la Madonna, la regina delle famiglie, non ci lascerà assolutamente soli.






     
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